Questo racconto è pubblicato integralmente su gentesicura.it
Quello che non ci distrugge ci rende più forti
-- Friedrich Nietzsche
La prima volta che vide il tumulo, Arias credette di conoscere quella forma da sempre.
Era basso, un piccolo mucchio ordinato di sassi levigati. Al centro, come un chiodo piantato nel mondo, stava una spada senza tempo: lama opaca, impugnatura consumata, metà ferro arrugginito, metà fibra nera di qualche lega composita. Sembrava fosse molto antica.
Arias rimase fermo, lo zaino sulle spalle, gli scarponi ancora sporchi di polvere autostradale, il segnale della Rete Oracolare ridotto a un soffio intermittente sul polso.
«È qui che finisce il mondo?» chiese.
Una donna anziana, avvolta in un mantello verde scuro, stava sistemando rami secchi poco più in là. Si voltò, lo guardò come si guarda qualcuno che si aspettava da tempo.
«No,» rispose. «È qui che si smette di fingere.»
Si chiamava Lyra. Era una delle custodi di Axis.
Axis non compariva più sulle mappe ufficiali. Nelle vecchie fotografie satellitari, era un pezzo di campagna collinare, con terrazzamenti, filari, rovine di casali. Poi le immagini si erano fatte vaghe, distorte, pixellate. Si diceva che fosse un errore nell’aggiornamento dei sistemi ottici; altri sostenevano fosse un sabotaggio deliberato. Per Arias, che veniva dalla Città dei Dati, Axis era una leggenda urbanizzata: un villaggio scollegato, una comunità neolitica 2.0, una setta agricola antitecnologica.
Scoprì molto presto che non era nulla di tutto questo. E che era peggio. O meglio.
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